Nel motorsport, la performance non dipende solo dalla velocità. Dietro ogni giro in pista ci sono preparazione fisica, capacità di recupero, controllo mentale e una profonda conoscenza del proprio corpo.
Álvaro Bautista lo ha dimostrato dopo l’infortunio al piede che lo ha costretto a un intervento chirurgico immediato. Appena 11 giorni più tardi, il pilota era già ad Aragon per provare a tornare in sella.
Un recupero sorprendente, costruito attraverso riabilitazione, allenamento quotidiano e grande forza mentale. In questa intervista, Bautista racconta come ha affrontato il rientro, il ruolo della preparazione atletica e l’importanza delle soluzioni Matrix nel suo percorso.
Dopo l’infortunio e l’intervento chirurgico, appena 11 giorni più tardi eri già ad Aragon per le prove libere. Quando hai ricevuto l’idoneità dai medici dopo la FP1, cosa hai provato? C’è stato un momento in cui hai temuto di non farcela?
A dire il vero, subito dopo l’infortunio e l’operazione non pensavo minimamente di poter correre ad Aragon. Il tempo a disposizione era davvero pochissimo e non credevo di riuscire ad avere una possibilità concreta di scendere in pista.
Con il mio fisioterapista abbiamo lavorato duramente ogni giorno, mattina, pomeriggio e sera, con un solo obiettivo: recuperare il prima possibile. Non necessariamente per gareggiare subito, ma per rimettere il corpo nelle migliori condizioni.
L’idea di andare ad Aragon è nata solo il martedì prima della gara, quando il medico che mi aveva operato mi ha confermato che, a livello osseo, si poteva provare. Il mercoledì ho deciso di partire.
Durante la FP1 ho sentito che la situazione migliorava giro dopo giro. All’inizio facevo molta fatica, mi mancava forza e soprattutto era come se il cervello non mi lasciasse usare davvero il piede. Era una specie di meccanismo di protezione.
Poi, un po’ alla volta, le sensazioni sono migliorate: riuscivo a muoverlo meglio e a imprimere più forza. Una volta ricevuto l’ok definitivo dai medici, si trattava solo di capire fino a dove potessi spingermi.
Sapevo che, se avessi sentito troppo dolore o se avessi corso rischi inutili, mi sarei fermato. Invece sono riuscito a completare tutto il weekend.


Nel motorsport si parla spesso di recuperi molto rapidi. Oltre alla tua forza di volontà, quanto ha contato la riabilitazione fin dalle prime ore dopo l’infortunio?
Si dice spesso che gli sportivi riescano a recuperare dagli infortuni più velocemente del normale, ma dietro c’è un lavoro enorme. C’è tanta sofferenza, tanta dedizione e anche molti compromessi.
Il lavoro sul piede è iniziato subito. La sera stessa della caduta, ancora prima dell’operazione, abbiamo fatto le prime sessioni di drenaggio perché il piede era molto gonfio.
Con gli esercizi veri e propri ho ricominciato praticamente il giorno dopo l’intervento. Quindi sì, i tempi possono sembrare molto rapidi, ma non c’è nulla di casuale.
Dietro un recupero così c’è la forza di tenere duro, di lavorare ogni giorno e di spingere sempre al massimo, rispettando però le indicazioni dei medici e del team che ti segue.
Il venerdì ad Aragon è stato estremamente impegnativo: temperature molto alte, pista scivolosa e dolore al piede. Come si mantiene la concentrazione in una situazione così estrema?
Aragon non è stato un weekend facile. Le condizioni della pista erano complicate: faceva molto caldo, c’era poco grip ed è stata una gara molto impegnativa anche dal punto di vista fisico.
Paradossalmente, però, proprio la mancanza di aderenza mi ha aiutato. Non potendo spingere al massimo con la moto, sono stato costretto a guidare in modo più dolce e fluido.
Durante la gara ero completamente concentrato sul piede, sul gestire il dolore e sul guidare nel modo più pulito possibile per non commettere errori. La testa non aveva il tempo di pensare al caldo.
Appena tagliato il traguardo, però, nel giro di rientro verso il box, il piede ha iniziato a fare molto male e il caldo mi è arrivato addosso tutto insieme.
In quel momento ho accusato davvero il colpo: ero stremato, sia per il dolore che per lo sforzo fisico.
Nei giorni precedenti al rientro, come hai strutturato il lavoro cardio e muscolare per permettere al corpo di sopportare uno stress così intenso?
A livello di preparazione non avevo molte opzioni, perché il piede serve praticamente a tutto, anche solo per camminare nella vita quotidiana.
Per questo motivo mi sono concentrato soprattutto sulla parte superiore del corpo, ricominciando a coinvolgere il piede solo gradualmente. L’obiettivo era mantenere il corpo attivo senza compromettere il recupero.
Ho lavorato molto su esercizi di esplosività, brevi ma ad alta intensità, e sul lavoro con i pesi, per evitare di perdere troppa massa muscolare.
Le mie giornate erano divise in due: o mi allenavo, oppure ero steso sul divano a riposare.
Il recupero era fondamentale. Dopo aver sforzato il corpo in allenamento, dovevo lasciarlo riposare per fare in modo che le energie fossero indirizzate verso la guarigione del piede.
Il Team Principal Marco Barnabò ha spiegato che la moto non è stata modificata, ma che la priorità era capire come compensare il problema al piede attraverso lo stile di guida. Come si riadatta il corpo in sella quando non si può spingere al 100% su una pedana?
C’era la possibilità di fare qualche modifica alla moto per venirmi incontro, ma ho preferito lasciarla esattamente com’era. Volevo essere io ad adattarmi al mio setup standard.
Quando inizi a cambiare troppe cose, rischi di non guidare più come dovresti. Puoi perdere la tua posizione in sella, i tuoi punti di riferimento e la sensazione naturale con la moto.
La prima vera incognita sono stati gli stivali. Con il piede così gonfio non eravamo sicuri che sarebbero entrati. Alla fine ce l’abbiamo fatta, ma eravamo davvero al limite.
Una volta in pista, la sfida più grande è stata superare quella protezione mentale. Nei primi giri provavo a spingere sulla pedana, ma era come se il cervello si rifiutasse, come se mi dicesse che qualcosa non funzionava.
Non riuscivo a imprimere la forza che volevo e il piede tendeva a scivolare.
Poco alla volta ho cercato di riprendere il ritmo, riabituandomi a quel movimento e a quella posizione. Più che il fisico, è stata la mente a doversi sbloccare.
Il recupero fisico è stato importante, ma la vera partita si è giocata a livello mentale. È lì che incontri i limiti più grandi.
Questo tipo di esperienza mostra quanto un atleta debba essere flessibile e capace di adattarsi. In che modo l’allenamento quotidiano in palestra ti ha aiutato a compensare l’infortunio senza rischiare di commettere errori in pista?
Per quanto tu possa allenarti al massimo a casa o in palestra, non sarà mai la stessa cosa che guidare una moto. Però tutto il lavoro fatto durante quel periodo è stato fondamentale.
Non parlo solo della riabilitazione, ma anche della preparazione atletica vera e propria. Anche se non replichi esattamente i movimenti che fai in sella, mantieni comunque i muscoli attivi e il corpo pronto.
In quel periodo ho cercato di fare soprattutto un lavoro asimmetrico, allenando prima una gamba e poi l’altra, per ritrovare la stessa forza, la stessa mobilità e la stessa posizione su entrambi i lati.
Se lavori in modo classico, infatti, rischi inconsciamente di spingere di più con la gamba sana per proteggere quella infortunata.
Non è stato facile, ma seguendo le indicazioni giuste abbiamo costruito un ottimo piano.
In tutto questo, i macchinari e le soluzioni Matrix sono stati un aiuto incredibile. Mi hanno permesso di non perdere la condizione fisica e, in una situazione così nuova, credo che siamo riusciti persino a fare un passo avanti, scoprendo soluzioni di lavoro davvero ottime.
Hai detto che non ti aspettavi di riuscire a completare così tanti giri. Cosa hai imparato sul potenziale del corpo e della mente da questa esperienza?
Durante le prove, il massimo che ero riuscito a fare erano tre o quattro giri consecutivi. Poi è arrivata la gara corta, dieci giri che per me erano già tantissimi, soprattutto perché in quella situazione devi spingere dal primo all’ultimo metro.
La gara lunga da venti giri è stata ancora più dura. Un weekend del genere dimostra quanto la forza mentale possa fare la differenza.
Quando sei al limite fisico, è la testa che ti trascina. La mentalità è tutto: tenere duro, non mollare mai, continuare a crederci.
Non era una dimostrazione che volevo dare agli altri, ma una sfida con me stesso. Volevo capire se fossi davvero in grado di farcela.
Oggi mi sento incredibilmente orgoglioso. Prima di arrivare ad Aragon non avrei mai pensato di poter guidare così bene. Riuscire a finire entrambe le gare è stato fantastico.
Al di là della posizione finale, la cosa più importante è che sono riuscito a mantenere un passo buono e costante per tutta la corsa.
È stata la prova che, con determinazione e voglia, puoi superare situazioni che sembrano impossibili. È un’esperienza molto positiva, che mi aiuterà anche in futuro.
Allenamento, recupero e tecnologia: la performance secondo Matrix
La storia di Álvaro Bautista dimostra quanto la performance sportiva sia il risultato di un equilibrio complesso: forza fisica, preparazione mentale, recupero, metodo e tecnologia.
Nel percorso di un atleta, ogni fase conta. L’allenamento costruisce la base, la riabilitazione permette di ritrovare fiducia nel corpo, il recupero rende sostenibile lo sforzo e la mente diventa il vero motore nei momenti più difficili.
Il recupero di Álvaro Bautista racconta proprio questo: la capacità di affrontare un limite, adattarsi a una condizione nuova e trasformare una difficoltà in un’occasione di crescita.
Con le sue soluzioni per l’allenamento professionale, Matrix Fitness supporta atleti, trainer e strutture sportive nella costruzione di percorsi orientati alla performance, al controllo e alla continuità.






