Programma di allenamento dopo protesi di ginocchio

A due mesi dall’intervento di protesi di ginocchio, terminata la fase riabilitativa, un  programma di allenamento con esercizi isotonici, funzionali, propriocettivi e di flessibilità migliora gli esiti e facilita la ripresa delle attività sportive

Il numero di persone che si sottopongono a intervento di protesi di ginocchio, il gold standard nel trattamento dell’osteoartrosi in fase avanzata, ha subito un forte incremento a livello mondiale soprattutto nell’ultimo decennio

In passato i candidati alla chirurgia protesica di ginocchio appartenevano prevalentemente a fasce di popolazione di età media o avanzata, con limitate richieste di mobilità, per cui si consigliavano attività fisica regolare e sport a basso impatto.

L’incremento dell’aspettativa di vita e il maggiore interesse dei pazienti verso la pratica di sport, anche in fase pre-intervento, hanno comportato una maggiore richiesta di ritorno alle attività ludiche e sportive anche ad alta intensità.

La chirurgia protesica di ginocchio si è quindi adeguata a tali esigenze adottando nuovi accessi chirurgici, diversi materiali ad alta compatibilità biologica e soprattutto una filosofia di risparmio tissutale. Allo stesso modo l’esercizio terapeutico prevede una fase pre-operatoria tesa al contenimento delle algie, al miglioramento della forza muscolare e delle abilità funzionali e una fase post-operatoria che guarda al raggiungimento precoce dei livelli fisiologici del Rom articolare, del recupero del tono muscolare, della propriocettività, del controllo delle sinergie muscolari e dei pattern funzionali.

Da ultimo si persegue la riatletizzazione sport-specifica.

Recupero motorio è soggettivo

Dopo l’intervento la maggior parte dei pazienti riferisce risultati positivi a lungo termine e  riduzione della sintomatologia algica post-chirurgia.

Tuttavia il recupero motorio è soggettivo e variabile: una parte della popolazione continua

a riscontrare debolezza muscolare degli arti inferiori e deficit funzionali rispetto ai soggetti di controllo di pari età. In particolare le limitazioni funzionali procurate dalla patologia divenuta cronica non si risolvono spontaneamente dopo l’intervento.

Uno studio ha evidenziato che a un anno dall’intervento il 52% dei soggetti ha continuato

ad avere limitazioni durante lo svolgimento di attività della vita quotidiana come inginocchiarsi, accovacciarsi, trasportare carichi, giocare a tennis, ballare e fare giardinaggio.

Uno studio del 2012 indica che i pazienti dopo l’intervento sono anche soggetti a maggior rischio di cadute e non raggiungono adeguati livelli di attività fisica per prevenire le morbilità.

L’esercizio fisico è una soluzione semplice per alleviare queste limitazioni funzionali e migliorare l’esito dell’operazione.

Gli studi di Moffet e Piva hanno dimostrato come programmi di allenamento svolti solamente durante i primi due mesi post-intervento apportino risultati minori rispetto alla partecipazione a programmi di allenamento che continuino dopo la riabilitazione e che abbiano come fine il rinforzo muscolare, volto a contrastare la debolezza persistente, il decondizionamento e le limitazioni funzionali.

Hanno inoltre affermato che  probabilmente questo è l’unico modo efficace per intervenire sul recupero dei deficit funzionali presenti da anni  prima dell’intervento e persistenti anche successivamente. Per realizzare questi obiettivi, però, gli esercizi devono essere eseguiti con un’intensità sufficiente a promuovere importanti cambiamenti  di forza e modificazioni funzionali non attuabili nel periodo acuto. Gli studi recenti sono concordi nell’affermare che proseguire  le cure con programmi di allenamento ben formulati e progettati possa incrementare gli outcome di recupero a  lungo termine e migliorare il  benessere generale relativo alle condizioni motorie nei soggetti che sono stati sottoposti all’intervento.

Il programma dopo la riabilitazione

Il momento migliore per iniziare le attività pare essere dai due mesi dall’intervento, concluso il trattamento di riabilitazione. Il percorso riabilitativo è finalizzato al precoce recupero della mobilità articolare, del tono muscolare, della  corretta distribuzione del peso  corporeo sui due arti e della fisiologica dinamica del passo.

Il programma di attività fisica adattata si  propone di mantenere la mobilità, la flessibilità  e la propriocettività acquisite con la riabilitazione e di aumentare il tono muscolare e la  resistenza alla fatica. Gli esercizi di tipo isotonico, abbinati a un programma di educazione all’attività fisica e alla corretta alimentazione, migliorano la funzione fisica globale dei soggetti operati ma, per  aumentarne l’efficacia, è necessario abbinarli ad esercizi  di tipo funzionale.  In uno studio del 2015,  Piva SR et al hanno messo a confronto programmi e dosi che  includessero esercizio fisico a  intensità media e moderata,  esercizio fisico ad alta intensità in abbinamento a esercizi funzionali e infine esercizio fisico ad alta intensità abbinato a esercizi funzionali ed  equilibrio e hanno evidenziato come l’aumento della dose di esercizio è associato ad aumenti progressivi della lunghezza del passo nell’arto operato, sia a un primo controllo che dopo sei mesi. Questo  porta ad affermare che l’esercizio fisico graduale, con progressione dell’intensità e carico programmato, permette al   soggetto di avere  miglioramenti duraturi e  continui nel tempo.

Alcuni studi indicano come gli allenamenti a carico progressivo con l’utilizzo di pesi o effettuati a corpo libero hanno effetti positivi sotto vari aspetti: la sensazione di dolore durante l’esecuzione degli esercizi, la   velocità di deambulazione, la cadenza del passo durante la camminata a massima velocità, l’incremento della forza di estensione del ginocchio e il tempo di permanenza  su una singola gamba durante la deambulazione.

Per la gestione  del carico sulla gamba operata risulta importate abbinare allenamenti specifici per l’equilibrio ai programmi di rieducazione funzionale. Considerando le modalità di somministrazione dei protocolli la letteratura indica che i benefici dei protocolli supervisionati sono maggiori, rispetto a quelli svolti autonomamente a domicilio.

Luca Marin1,2, Federica Gentile1, Irene Bui1, Alberto Gaudio1, Luisella Pedrotti3, Sara Ottobrini1

1 Lama, Università di Pavia
2 Tecnologie per la medicina dello sport e la riabilitazione, Università di Roma Tor Vergata
3 Dipartimento di scienze clinico chirurgiche diagnostiche e pediatriche, Sezione di ortopedia, Istituto di Cura Città di Pavia

Articolo uscito su Tabloid di Ortopedia – Congresso Nazionale SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia

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