Help, I need somebody …

Aiuto!
Molti dei pazienti che si recano nel mio studio, lo fanno per un disagio fisico.
La prima parte del consulto, come di consueto dovrebbe essere, è rappresentata da una chiacchierata … quella che accademicamente si chiama “anamnesi”.
Da questa dovrebbero sortire per me informazioni in più connesse direttamente o indirettamente alla situazione in esame. Per i pazienti, delle “associazioni” tra ciò che li ha spinti a chiedere aiuto e fatti loro accaduti. Difficile che vengano anche raccontati fatti “psicologici”.
Quando chiedo: “traumi ?” di solito mi rispondono: “ma intende incidenti o anche cose di altro tipo…?”.

Non indugio mai oltre, non a questo punto. Ci si conosce poco, l’atmosfera è tesa, ci si aspetta molto e allo stesso tempo non si sa come comportarsi.

Ed è a questo punto che chi sta “al di qua” della scrivania deve fare ed essere il terapeuta: non è un atto che consiste nella rilevazione di segni e sintomi e nell’espressione di una possibile diagnosi e cura. Non solo.
È l’accettazione del disagio altrui all’interno della propria vita, professionale ed umana.
Molti pazienti chiedono a chi fa un lavoro come il mio, come facciamo a “sostenere” la giornata così piena di racconti di sofferenza, malattia, tristezza.
Non c’è una scuola. E secondo me non c’è nemmeno un metodo.
O meglio: bisogna voler aiutare e secondo me bisogna voler cristianamente aiutare, così come noi vorremmo essere aiutati.
L’aiuto è un aiuto a capire, a sostenere, a condividere e, se possibile, a stare meglio.

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